Mi agito per poco più di un caffè e l'unica cura è il senso fraterno del vento di un dieci maggio. Mi agito per poco meno di un'amica che si distrugge la vita e l'unica cura è un caffè che scuote sensi più ristretti.
Ho le maniche tirate su e rimando decisioni ossute. Mi pungono, ad ogni passo, una domanda ed un'insoddisfazione. La più appuntita preme sempre sul solito senso di inadeguatezza. Compilo a mente elenchi motivazionali per l'orgoglio e moduli di richiesta per esistere.
Ho ricevuto la vita in trenta comode rate e ora guardo il calendario e mi faccio calcoli per diluirle ancora.
Ho passato il giorno a contare le volte che ti ho vista passare, in cinque anni, sulla sponda delle mie giornate. Ci ho aggiunto un paio di carezze al mio gatto, due o tre visi di altre persone di passaggio, una sveglia non suonata e un giorno che pioveva. Non riesco ad andare oltre le dita delle mani.
Il timballo è pronto sulla tavola, le notizie del telegiornale lo bombardano di amaro, il vento mi tiene ancora un po' fuori, i miei già fanno rumore di posate al ritmo saziato di poche parole. Una voce sussurrata addolcisce la pasta, il vento si smorza, spengo la tv. Sorrido. Mangio.









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